lunedì 26 dicembre 2011

Bassa quota!


Il Natale lo si collega spesso e volentieri alla montagna... sarà per la neve, o per quell'antipatico pagliaccio barbuto che vaga tutta la notte sfrecciando su un bob e distribuendo le più disperate vaccate all'orda di piccoli rospi, viziati ed ingrati, li nutrono poichè crescano ebeti e forti, per conquistare un giorno questo immondo pianet........... mi fermo.

Come s'è intuito questo periodo non m'aggrada, quindi non sperate di ricevere un'augurio, anzi, ecco il mio regalo... PRRRRRRRRRRRRRRRRRR!

Dopo aver messo le basi per una serena lettura, mi accingo a narrare la mia scorribanda festiva:
Il giorno di St. Stefano è voluto servire come ripicca verso le frustazioni degli ultimi giorni; obbiettivo NEVE. l'intenzione di trovarla c'è tutta;

Il viaggio:

Sveglia alle 4.10, la macchina è già caricata con sci e scarponi, zaino, pelli di foca, bastoncini teleferici.... si parte!

Immerso nella splendida desolazione umana che solo un primo mattino d'inverno può regalarti, sfreccio sulla Torino-Bardonecchia canticchiando gioioso "Il cantico del Drogati" dell'amico Faber.
Direzione Bardonecchia, anzi... siamo più precisi: Francia.
C'è chi dice esserci "fioca" sui versanti gallici...
giunto sul confine, sul Colle del Mon
ginevro, illumino furtivo i pendii con l'esile lume della mia lampada frontale dal lunotto dell'auto, sembro Diabolik nella speranza di venire abbagliato da un soffice velo biancastro, ma cosa scopro? La fioritura delle Primule dell'anno, che graziose. Monta l'ira. Poi mi cheto.

Non m'arrendo, torno in Italia, ispeziono i più lugubri versanti della Valle Argentera... in effetti fa più freddo, c'è molto ghiaccio ma non abbastanza neve per far tornare gli sci interi a casa. Mi scopro ad inveire più volte sul Bambin Gesù appena nato. Poi mi cheto.

Spinto dalla disperazione, decido di varcare ancora il colle del Sestriere, nella speranza che la Val Chisone, amica cara e solenne, abbia deciso di farmi un regalo. Il bello è che due giorni prima, ero già passato per una scorribanda, valutando quindi che non v'era neve nemmeno per tirare una palla in faccia a quell'anziano, che brioso tentava di issare l'ultimo fascio di luci sulla balconata. Quella stessa notte tirò anche un vento distruttore. Dunque che cazzo ci faccio la?? Bah.

Niente da fare, conscio che ormai la direzione intrapresa dall'auto riporta verso la pianura, entro nel più atroce sconforto. A consolarmi è "La spada nel cuore" sbraitata dispettoso da Battisti.

Torno a casa con le prime luci del giorno, tolgo la roba dall'auto, scollo malinico le pelli dal fondo degli sci. E' finita....... NO! Ad aspettarmi sarebbe un'altra giornata casalinga o un maledetto pomeriggio fra l'immonda società di questi giorni; c'è ancora tempo, sono solo le 7.30, intravedo in fondo all'armadio il sacco con le ciaspole... salverò il salvabile, senza perder altro tempo le isso allo zaino, inforco la Punto, parto... OK.

Sono le 8.10, sopra Forno di Coazze, all'inizio del sentiero che monta al Rifugio della Balma. Esco, chiudo, cammino... sono felice.

La gita:

Mentre scorrazzo sulle prime rampe penso al girovagare mattutino, il Natale è riuscito a tenermi in stallo anche sta volta, vediamo chi la spunterà alla fine.

Fa piuttosto caldo, ridicolo pensando che siamo ai primi di gennaio; sono appena oltre il bosco quando sosto per sgusciare da ogni tipo di indumento sudaticcio... mi ritrovo stupidamente in canottiera, massì.
La neve! La vedo, ce n'è poca, ma è più su... inizio le rampe che portano al rifugio. Guardo attorno e mi chiudo nelle consuete riflessioni e pensieri di marcia.

Salgo di quota, ormai sarò intorno ai 2.400, poco sotto il rifugio... è una cosa strana, capita ogni volta che raggiungo quel livello; la mente si alleggerisce, pressioni e preoccupazioni vengono meno, sono entrato nel magico mondo della montagna, dove tutto è chiaro, è normale, onesto... sono in pace.

Arrivo al rifugio, non c'è
nessuno, che gioia! Sosto a sorseggiare un thé caldo, addento una mela, riparto. Ecco la neve! Si affonda, metto le ciaspole.... devo impegnarmi affinchè servano davvero, devio sui punti risparmiati dalle margherite; una mi sfotte, la strappo.
Inizio a chiedermi dove caspita sto andando, alzo il naso e vedo il Roubinét... andiamogli incontro!

Poco più sù, quel che era comprensibile del sentiero sparisce, rimane solo un delicato manto nevoso, finalmente! Guardo i canaloni che minacciano slavine ai bordi delle punte. Che antipatici.

Sono poco sotto il pianoro che precede la salita del Colle del Roubinét, mi fermo. Avvolge l'insicurezza; le rampe del colle sono ripide e la fioca, anche se poca, non da l'aria di un buon assestamento. Non mi va di richiare una stupida caduta, cambio meta.

Lo sguardo cade sulla cresta che fa da spartiacque tra il vallone della Balma e quello del Pian Real.
Scarpino fino in cima, butto l'occhio sulla cresta che condurrebbe goffamente alle vette. La neve mi avverte ancora: "fermati Cane!!". Massì, basta salire... sono a spasso del resto.

Mangiucchio e scatto due pessime foto dal telefono (dedite solo a questo post).
Sorseggio ancora del thé, sono assorto dall'ambiente; che gioia... è davvero il mio Sistema; volgo uno sguardo infastidito verso la pianura, verso le case e le città... "guarda che foiba, fra poco dovrò tornarci, ahimè, lasciamo stare, penso ad altro... ooh ma che bel vento!!!"

Più in basso spunta una figura umana, si muove timidamente sulla neve. incuriosisce, scendo.
Il pendio svela q
ualche avventura; la neve è dura, salendo con le ciaspole non ci pensavo troppo, ora calzo solo gli scarponi... pianto i piedi con forza per far scalini, un po scivolo... meglio non cadere però, farei una bella slittata. Arrivo in fondo illeso.

Mi avvicino all'omino, è un signore sui 50', dice di aver seguito le mie tracce, sperava lo portassero sul Roubinét. Forse è meglio per entrambi. Lui si ferma a mangiare, saluto e proseguo verso il Rifugio.

La mia discesa è scossa dall'incontro con un branco di camosci; li seguo un po'; uno non fugge, sarà intrepido o malato? Sembra piuttosto molto pigro, il tepore del mite inverno e il gongolio della vita del parco volgono a loro favore. Provo a fotografarlo, un gesto sempre irrispettoso trovo, apriamo una parentesi sulla fauna alpina:


[CAMOSCIO: Il cavaliere dei monti, agile e splendido, vigila solenne dall'alto di qualche roccia, rare volte riesci ad avvicinarlo. Unico suo superiore in terra: sua maestà Stambecco. Prezioso e schivo, il camoscio incanta con fughe, corse acrobatiche assai azzardate sui terreni più disperati, robe da far impallidire un qualunque Valentino Rossi. Inutile sottometterlo; in sua presenza devi prostrarti umile e discreto, solo così riuscirai, forse un giorno, ad estrarre gli insegnamenti che meritano. A suo modo sa essere anche un grande amico: quando vi perdete in montagna provate a seguir lui o le sue orme... vi condurrà sempre sulla retta via.]


In prossimità del rifugio, a farsi voce non son più i fischi dei caproni ma gli schiamazzi umani. Sparisce un certo incanto, è tempo di andare.


Scendendo mi volto ancora al rifugio e alla sua cornice di vette; caspita ogni volta la stessa storia... vivere la montagna sempre in toccata e fuga è giusto, ti permette di degustarla in tutte le sue bellezze, ma al momento del distacco ti fa sentire ingrato ai suoi occhi!
Chiedo al quadro se vuole seguirmi, un fruscio s'alza nell'aria, forse è lui che mi manda al demonio. Saluto e proseguo.


Mi avvicino all'auto, tornano i pensieri e le preoccupazioni... mi fermano anche un gruppo di escursionisti, pieni in mano di carte e mappe dei sentieri, dire che basta seguire i segni rossi sulle pietre! Hanno un'aria sconvolta: " Quanto manca al rifugio??"


Rieccomi al parcheggio, con fare scorbutico faccio rotolare lo zaino nel bagagliaio, estraggo dal termos gli ultimi sorsi di Thé... ancora caldo.


S'avvicina un signore carico di figli, tutti vestiti freschi di negozio, vuole sapere se è possibile salire ancora con la macchina... non so, per i boschi forse:
«spiacente signore, ci sono dei limiti oltre i quali non le è concesso andare.» Badate, son stato gentile!


mercoledì 5 ottobre 2011

Sognando il Breithorn..........


E' risaputo che i grandi alpinisti per garantirsi le imprese non facciano mai voce di quale sarà la prossima prodezza. Che anime buie...

Dunque m'avvalgo del piacere di non essere un grande alpinista e non essere prossimo ad una grande prodezza, tanto più godere dei vantaggi dello scarso interesse che suscita una consueta e battuta salita, dal momento che il Breithorn, pomposa vetta alpina, accoglie sulle sue creste diverse centinaia di persone all'anno. Un quattromila di seconda categoria direbbe qualcuno... nulla mi scalfisce, perchè sarà il MIO PRIMO QUATTROMILA!!

La data è fittizzialmente fissata in primavera, tempo permettendo i primi di marzo. L'idea è di sbloccare quel sofferto ostacolo che fin'ora ha tenuto la mia carriera alpinistica lontana dal fantastico mondo dell'alta quota. Quale ostacolo? beh l'esperienza, l'allenamento, la costanza..... la fifa più porca.

Bando alle ciancie il momento è arrivato! Il battesimo verrà consacrato affrontando il bestione con i fedelissimi sci, percorrendo così i suoi magnifici pendii perlati, zompettando sbarazzino fra seracchi e godendo della brezza alpina che fra un'arco e l'altro dei tornanti permetterà giusto uno scompiglio del fulvo ciuffo, tanto per ricordar al veterano di non esuberare di calienza procurando anche uno scioglimento dei ghiacciai.....ho finito.

L'allenamento intensivo comincierà quantoprima con l'avvento delle prime nevi, la speranza è che la stagione riservi molte possibilità di uscite. Ad esaminare il tutto vorrebbe essere anche un bivacco invernale alla modesta quota 2300m (con condizioni climatiche eccelse, s'intende) ma qualcosa suggerisce caldamente di abbassare la cresta... vabbè.

Tutti questi pensieri mi inducono comunque ad un paio di ipotesi:

Ipotesi numero 1: considerati i tempi di salita intorno alle 2-3 ore da Pratorosà, con un allenamento discreto si potrebbe pensare di non usufruire della teleferica, sudandosi la vetta partendo dall'antipatica Cervinia.

Ipotesi numero 2: Non conoscendo la quota, anche prendendo il monte dal versante occidentale, l'adattamento potrebbe rivelare sorprese; tuttavia passare la notte al Plateù lo considero poco onorevole. Confidando nelle condizioni meteo l'idea è comunque di svolgere la gita in giornata.

Infine tendo a ricordare in quale posizione magnifica si trovi questa vetta; ponendosi da avamposto al termine della Valturnance volge tutto il suo capo allo spartiacque splendido del Cervino, dall'altro il massiccio del rosa e via dicendo l'intero arco alpino. Sia anche una "passeggiata"di quota, essendo la prima non la scambierei con nessun'altra sul pianeta!

venerdì 16 settembre 2011

Walter Bonatti


Questi ultimi giorni sono stati segnati da una terribile pugnalata, a volte non è necessario conoscere intimamente una persona affinchè la rabbia della sua scomparsa lo ferisca nel profondo.

Walter Bonatti è stato il più alto punto di riferimento per chiunque ami un certo alpinismo (classico, moderno e futuro) visto come una disciplina e vocazione di vita e non uno dei tanti e forse anche stupidi sport che conducono all'estremo. Era capace di tutto, di sopravviere dove gli altri si sono arresi, di incantare con le sue imprese, le sue filosofie, i suoi principi che hanno contribuito a mantenere con difficoltà questa pratica pulita e onesta come dovrebbe sempre essere affinchè quel rischiare fine a se stessi non perda di senso.

L'uomo immortale, il sire delle montagne alla fine è stato comunque abbattuto dal più vigliacco dei mali, diventa umano con una notizia letta sul Corriere e dopo tante avventure e rischi passati, com'è possibile mi chiedo... Lo sconforto per chiunque abbia riposto tanta passione nella montagna attraverso il suo mito, torno a dirlo, è altissimo.

A questo punto davvero mi auguro , che le prossime generazioni non dimentichino questi grandi personaggi, che a loro modo hanno segnato un'epoca, influenzato le prossime ed insegnato loro a vivere, soffrire per giusti ideali, rispettare e conoscere la stupenda natura, scoprirla continuamente e affrontarla nella sua seducente pericolosità, forgiarsi attraverso essa, adempiere ai propri scopi ma con rigorosa umiltà, tutti valori che per altro si cercano continuamente nella società e che sempre meno riemergono. Questo ci hanno lasciato i grandi alpinisti, le loro folli imprese e il loro stupendo scenario.

Era un'ultimo sentitissimo cordoglio; ma che vorrebbe essere ripetuto finchè, rialzando lo sguardo sui picchi ritorni l'immagine atletica di quell'eterno giovanotto che con la gioia negli occhi sminuiva tutti dicendo: " scalavo, e salivo sempre, senza fermarmi..."

Grazie Walter, da tutti!

mercoledì 14 settembre 2011

14/09/011 "L'ultima scalata".


Questa storia inizia anni or sono; un lontano 10 agosto del 1964.
Allora il massiccio del Bianco era contornato da paesaggi di bassa valle mozzafiato, le distese di ghiaccio scendevano dalle vette più imponenti d'europa sino a pochi metri dei prati della Val Veny e Val Ferret, le centinaia di persone che si staccavano dalle caotiche città per trovare armonia e gioia in quelle lande, coglievano ancora l'ostilità e poesia che avvolgevan quei luoghi, quei pennacchi neri, bianchi e grigi che parevano racchiudere tutto il potere del pianeta. Quel giorno però, alcune centinaia di persone, abitanti e soprattutto vacanzieri, si radunarono attorno a soli due uomini che sembravano riemergere da una sfida durata secoli, contro il mostro più grande e forte mai esistito. La bellezza di quelle immagini sono giunte sino ai nostri tempi, hanno incantato un'episodio forse non molto frequente nell'ambiente alpinisitico. Ma Bonatti era diverso, famigerato, non si poteva ignorare il ritorno da un'ennesima grande conquista, duramente sofferta, rischiosa non più di tante altre volte che la montagna o i compagni più invidiosi han tentato di fermarlo, ferirlo, abbatterlo.
Vero, si parla degli alpinisti dei tempi passati sempre in grande, elogiandoli in tutto. Ognuno ha il suo begnamino, Bonatti posso dire esser stato il mio. Le sue imprese, le sue disavventure e le prodezze nel salvarsi più e più volte, ma soprattutto l'aver ricercato sempre un alpinismo puro e onesto, mi hanno affascinato fin dalla più tenera età (nonostante il grande scoglio di estrapolare tali beltà da una narrativa logorroica e pesante, non lo nego) e soprattutto introdotto al fascino e al trasporto per l'alpinismo e la montagna.

Le sue abilità, la sua filosofia, lo hanno condotto l'oltremare, tra foreste nere e deserti, quando la decisione di abbandonare le grandi vette si è fatta concreta (a proposito). Una vita costante di avventure, rischi e conoscenze, han fatto di lui il mito che oggi tutti conosciamo, un mito immortale... sino ad oggi.
Nello sconforto che il triste ciclo della vita non è riuscito ad escluderlo, mi sovviene l'incontro documentato che ebbe con l'amico e compagno d'imprese Riccardo Cassin, assieme al non meno importantissimo e inconfondibile amico Rheinold Messner. L'ultimo trio, i tre vertici che hanno innalzato la grande piramide di questa curiosa pratica delle imprese alpinistiche; Walter chiese a Riccardo, quale fosse il segreto ad averlo spinto, nonostante i rischi ad una tale e gloriosa età. La risposta non poteva essere più brillante: "questioni di culo!"


E che dire ora? Rimangono le sue imprese, la sua storia, il suo mito... solite balle che servono a consolare chi ancora è vivo e ha creduto in lui, senza riuscirci però. Diciamo solo che alla morte non si scampa, la si può solo ritardare il più possibile: questioni di culo!

E' assai triste riaprire dopo tanto il blog per una simile occasione; ma questo Post come minimo glielo dovevo, il perchè non mi sembra caso ripeterlo.
Bon va, fuori un'altro... chi rimane?

mercoledì 1 giugno 2011

Free Solo

« Sperate sempre in ciò che aspettate, ma non aspettate mai ciò in cui sperate.
Credete solo in ciò che vi convince, ma lasciatevi convincere solo da ciò in cui credete.»
(Paul Preuss)

Il 3 ottobre 1913 muore precipitando dallo spigolo nord del Manlkogel, una montagna nella sua terra natale. Nessuno sa cosa sia successo esattamente perché, come tante altre volte, Paul era solo ed arrampicava slegato.

L'arrampicata, qualunque essa sia e dove sia, può essere descritta esclusivamente come la salita di un ostacolo.
Scalare in montagna significa lottare, su vie di roccia, di ghiaccio o misto, con mani, piedi e sistemi di assicurazione quali corde e moschettoni che permettono la sicurezza per la vita. E basta mi sembra. Diremo che l'uomo probabilmente ha affrontato le sue prime arrampicate senza l'ausilio di aiuti particolari, in seguito sono stati ideati attrezzi e tecniche per superare i limiti e le difficoltà più disperate. Oggi si chiama Arrampicata Sportiva una serie di discipline che portano lo scalatore ad affrontare una parete ed il suo grado di difficoltà (peraltro sempre in costante aumento) sempre più al limite delle possibiltà, precisando: possibilità umane!

Tutto questo ha come semplice fine vivere la montagna, combatterla e farlo in sicurezza, quando si decide di escludere mezzi artificiali per progredire "fisicamente" non esitiamo a chiamare questa disciplina: Arrampicata Libera. Oltre questo, tutto cambia.

FREE SOLO (libertà assoluta)

Ad introdurre la questione fu non a caso l'uomo strampalato conosciuto d' inizio pagina. La nuova filosofia non tarda a far scalpore, tanto più in un epoca dove i materiali per la progressione e l'attrezzatura erano alquanto discutibili. Tuttavia è incredibile pensare che le maggiori cime dei monti europei erano state già scalate (seguendo gli itinerari più facili, più logici) per cui l’alpinismo tendeva ad innovarsi, a diventare più "sportivo": si cercava la difficoltà, la via più ripida e più elegante per raggiungere la cima: non era più importante raggiungere la vetta ma diveniva importante anche come veniva raggiunta. Erano gli albori dell'arrampicata sportiva, e in contemporanea del free solo. Quest'ultima cambia totalmente la visione dell'alpinismo ed influenzerà moltissimo quello classico-moderno. Ma perchè fare questo?
L'unica spiegazione è cercar di comprendere la pazzia, se di pazzia si tratta, sperar che non sian solo spinti da una forma di competizione o dal vil denaro (soprattutto nei tempi attuali), nemmeno dalla sola esuberante e straordinaria abilità. E' un diverso contesto, non si ammette lo sbaglio che può diventar fatale, evitandolo solo con uno straordinario grado di concentrazione e fusione con il sistema in cui si opera, far fronte non solo alla propria capacità fisica, ne quella mentale, ma trarre energie da tutto il creato..... Oh sì! Chiunque abbia anche per una volta osato in questa pratica, non può che darmi ragione. Non è rilevante il grado di difficoltà. Il free solo pare essere il modo più onesto e nobile per affrontare la montagna; si è da soli e la solitudine in situazioni estreme, matura sensazioni che spiegare diventa quasi romanzesco, quando la paura di morire viene superata dalla gioia del momento vissuto, allora, e solo allora ci si sente in pace con se stessi, onesti con sua maestà "grande monte".
Ma tutto questo è momentaneo, l'errore incombe continuamente anche sul più scaltro, la possibilità di sostituire il free solo all'arrampicata classica, ammettiamolo, è impossibile. Questo ha insegnato Preuss, la sua scelta di vita e la sua morte.

Ritengo che il Free solo sia giustificato solo da una straordinaria espressività, rivolto a se stessi e ai fortunati spettatori. Sforzandomi a pensar razionalmente, affrontare i pericoli della montagna con giudizio e assicurazione è sempre la scelta più saggia, il rispetto per la propria vita non implica non rispettare la montagna, tuttavia, ahimé il fascino dell'assenza della corda mi è impossibile affievolirlo.

Concludiamo: non si pensi a questa pratica come una follia ingiustificata, per quanto discutibile, rimane per me e per chiunque veneri la parola "libertà" nel vero senso del termine, il modo più completo, coraggioso e fatato di vivere la vita e dunque di onorarla. Per chi avesse ancora dei dubbi, invito a darmi torto a fine pagina.




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